Cenni Biografici

Michele Pane, poeta di Adami tra memoria, esilio e canto

Adami, piccolo borgo disteso tra il verde dei castagni alle pendici del monte Reventino, vide nascere Michele Pane l’11 marzo 1876. In quella terra appartata e luminosa, sospesa tra il silenzio dei boschi e il ritmo antico della vita contadina, si formò la prima sensibilitĆ  di colui che sarebbe divenuto una delle voci più alte della poesia calabrese. Non a caso, proprio in omaggio alla sua figura, Giuseppe Isnardi definƬ Adami “il focolare poetico più vivo della Calabria”.

Il paese natale di Michele Pane si collocava in un’area culturalmente feconda, a poca distanza da Conflenti, patria di Vittorio Butera, e da Pedace, legata al nome di Michele De Marco. In questo orizzonte umano e paesano, dove la parola si intrecciava al canto, alla memoria e al sentimento, il giovane Michele assimilò fin dai primi anni quel patrimonio di immagini, suoni e passioni che sarebbe poi rifluito nella sua poesia.

Per parte materna era nipote di Francesco Fiorentino di Sambiase, filosofo di rilievo nazionale, e questa ascendenza culturale non fu certamente estranea alla formazione del suo spirito. Tuttavia, la sua vera scuola rimase soprattutto la vita: il paese, gli affetti, le inquietudini della giovinezza, il desiderio di conoscere il mondo e insieme l’impossibilitĆ  di staccarsi davvero dalle proprie radici.

La sua infanzia trascorse serena in seno a una famiglia che, per i parametri dell’epoca, poteva dirsi agiata. Frequentò le scuole elementari a Sambiase, paese d’origine della madre, e proseguƬ poi gli studi ginnasiali prima a Nicastro, allora importante centro agricolo della piana di Sant’Eufemia, e successivamente a Monteleone, l’odierna Vibo Valentia. Dotato di intelligenza viva, di temperamento esuberante e di una sensibilitĆ  precoce, non riuscƬ tuttavia a portare a compimento gli studi. Le ragioni restano incerte. Il suo amico fraterno ed estimatore Luigi Costanzo si limitò ad affermare che circostanze diverse gli resero impossibile la prosecuzione regolare del percorso scolastico. Ma Michele Pane non cessò mai di formarsi: continuò per proprio conto a leggere, studiare, ascoltare la voce dei poeti, soprattutto dei moderni, che divennero nutrimento essenziale della sua anima.

Di statura media, volto bruno, natura ardente e appassionata, fu uomo di forte fascino, incline agli slanci amorosi e alle emozioni impetuose, come traspare dalle sue stesse raccolte poetiche. Guido Cimino, magistrato e poeta, lo definƬ con efficace simpatia “simpaticissimo ed irresistibile rubacuori”. Questa vitalitĆ  sentimentale, intensa e immediata, si rifletterĆ  poi in una poesia capace di alternare tenerezza, ironia, desiderio e malinconia.

A soli diciotto anni, attratto dal miraggio dell’America, partƬ per il Nuovo Mondo. Quel viaggio, come per molti uomini del suo tempo, fu insieme promessa e ferita. In America elaborò la Trilogia, ma presto, deluso nelle attese, tornò al paese natale, che restò sempre il centro affettivo della sua esistenza, il luogo del rimpianto e dell’appartenenza più profonda.

Nel 1897 svolse il servizio militare a Foggia, nel 56° Reggimento di Fanteria. Fu proprio a Foggia che, nel 1898, pubblicò L’uominu russu, felice e mordace satira dei millantatori di eroismo. Il poemetto, ispirato a una sensibilitĆ  risorgimentale di matrice radicale, ebbe un esito clamoroso: gli costò infatti un processo penale intentatogli da un amministratore locale che credette di riconoscersi nella caricatura di un garibaldino vanaglorioso, quasi un moderno miles gloriosus. GiĆ  in quest’opera giovanile si manifesta uno dei tratti distintivi della sua scrittura: la capacitĆ  di fondere vena polemica, teatralitĆ  popolare e precisione espressiva.

Nei primi anni del Novecento, spinto più da uno spirito d’avventura che da vere necessitĆ  economiche, tornò nuovamente negli Stati Uniti, travolto anch’egli dal grande flusso migratorio che coinvolse tanti calabresi. Trovò impiego presso la Ditta Bancaria C. Tarabella e C., con una retribuzione modesta ma sufficiente a garantirgli la sopravvivenza. Anche in terra straniera, tuttavia, non cessò mai di coltivare la parola poetica e il legame con la sua gente.

Nel 1906 fondò La Calabria Letteraria, periodico mensile di breve durata, appena un anno di vita, ma di notevole valore simbolico e culturale, perchĆ© contribuƬ a mantenere accesa tra i calabresi d’America la memoria della terra lontana. Nello stesso anno pubblicò il volume Viole e ortiche, in cui alle poesie in dialetto si affiancano liriche in lingua italiana, segno di una doppia tensione espressiva: da un lato la fedeltĆ  alla parola originaria, dall’altro il desiderio di misurarsi con un orizzonte letterario più ampio.

Rientrato in Italia nel 1909, diede alle stampe a Napoli, per i tipi di Casella, la raccolta Accuordi, che fu accolta con favore dalla critica e conobbe una discreta diffusione negli ambienti culturali calabresi. Ma l’America lo richiamò ancora: nel novembre del 1910 tornò a New York, sperando di ottenere una sistemazione migliore grazie a una raccomandazione procuratagli dal colonnello garibaldino Achille Fazzari, che godeva di grande stima per lui. Anche questa volta, però, le attese andarono deluse, e Pane riprese il suo precedente impiego con dignitĆ  e perseveranza.

Le difficoltĆ  economiche, che lo accompagnarono per gran parte della vita, non riuscirono però a spegnere la sua ispirazione. Al contrario, proprio in mezzo alle fatiche dell’emigrazione, la sua musa continuò a fiorire. Pubblicò cosƬ Sorrisi nel 1913, Peccati nel 1914, e negli anni seguenti altri componimenti significativi, tra cui Lu calavrise ’ngrisatu e Laude al San Sidero, entrambi del 1916. Il primo ĆØ una gustosa satira dell’emigrante calabrese anglicizzato, che racconta al padre le meraviglie del nuovo mondo deformando nella pronuncia parole inglesi che diventano involontariamente comiche; il secondo ĆØ invece un inno al celebre vino di Sambiase, di cui Michele Pane divenne importatore e rivenditore a Brooklyn. Questi testi mostrano bene la varietĆ  della sua ispirazione: nostalgia, ironia, osservazione sociale, amore per i prodotti e i simboli della terra d’origine.

Nel 1915, su proposta dell’illustre Stanislao De Chiara, presidente della gloriosa Accademia cosentina, Michele Pane fu eletto all’unanimitĆ  socio corrispondente della stessa istituzione. Era un riconoscimento importante, che consacrava la sua figura nel panorama culturale del tempo.

Negli Stati Uniti visse prevalentemente a Chicago, dove rimase quasi ininterrottamente fino alla morte, dedicandosi soprattutto all’attivitĆ  di giornalista ed editore. Nel 1925 fondò la rivista letteraria Il Lupo, pubblicata in italiano e in inglese, testimonianza della sua volontĆ  di tenere insieme due mondi: quello della patria lontana e quello della nuova terra d’approdo. Tornò in Italia solo nel 1938, per un breve periodo, in occasione del matrimonio della figlia LibertĆ .

Un profilo più inquieto: l’ipotesi libertaria e il silenzio della tradizione

Accanto alla figura del poeta nostalgico, dell’emigrato sensibile e del cantore della memoria paesana, si delinea però anche un possibile profilo più inquieto, libero e scomodo, che una parte della tradizione biografica italiana ha forse attenuato o lasciato in ombra. Non appare infatti priva di fondamento l’ipotesi che Michele Pane fosse vicino, sul piano ideale e umano, a posizioni riconducibili all’area dell’anarchismo libertario.

In questa direzione sembrano orientare, anzitutto, alcune sue frequentazioni. Negli Stati Uniti egli si trovò in contatto con il compaesano Angelo Grandinetti, sindacalista attivo nell’ambiente dell’emigrazione, mentre nel contesto locale calabrese non mancavano rapporti con ambienti attraversati da fermenti socialisti e anarchici, come suggerisce anche la presenza, nell’area vicina di Serrastretta, di figure poetiche e civili sensibili a quella cultura politica. Se tali elementi non autorizzano da soli una definizione rigidamente ideologica, essi tuttavia rendono plausibile la collocazione del poeta entro un orizzonte di pensiero segnato da una forte idea di libertĆ  individuale, giustizia sociale e insofferenza verso ogni conformismo.

Particolarmente eloquente, in tale prospettiva, appare la scelta di chiamare la sua prima figlia LibertĆ . In un’epoca in cui i nomi portavano spesso un valore simbolico fortissimo, tale decisione difficilmente può essere considerata neutrale: essa sembra piuttosto riflettere un’identificazione profonda con un ideale non soltanto morale, ma anche civile e politico.

Alla luce di ciò, merita di essere guardata con maggiore spirito critico la versione diffusa in Italia - soprattutto nel periodo del Ventennio fascista e in ambienti culturalmente prudenti - secondo cui Michele Pane non sarebbe rientrato stabilmente in patria semplicemente perchĆ© incapace di trovare un’occupazione. Una simile spiegazione appare riduttiva e, forse, funzionale a coprire un aspetto più scomodo della sua identitĆ . Non si può escludere, infatti, che la vera difficoltĆ  consistesse nel fatto che un suo ritorno pieno e pubblico, accompagnato dalla notorietĆ  delle sue convinzioni politiche, avrebbe potuto creare imbarazzo e problemi ai familiari rimasti in Calabria.

In un ambiente sociale tradizionale, conformista e benpensante, quale poteva essere quello di una comunitĆ  meridionale tra primo Novecento e regime fascista, l’immagine di un poeta emigrato, vicino a idee libertarie e radicali, sarebbe stata percepita non soltanto come fonte di disagio, ma quasi come una vergogna da tacere. Il silenzio su questo versante della sua vicenda umana potrebbe allora essere interpretato come il frutto di una rimozione familiare e culturale, oltre che politica.

A questa stessa logica di selezione e di addomesticamento dell’immagine del poeta potrebbe ricondursi anche la sorte di una parte significativa della sua produzione lirica, soprattutto quella di tono più amoroso o apertamente erotico. Non ĆØ un dettaglio secondario il fatto che molte di queste poesie non siano mai state pubblicate dai curatori delle raccolte postume o antologiche. Emblematico appare, in tal senso, il consiglio dato da don Luigino Costanzo ad Achille Costanzo di non inserire alcune liriche nel volume da lui curato. Ciò lascia intendere che l’immagine consegnata al pubblico sia stata almeno in parte costruita attraverso una scelta selettiva, volta a preservare una rappresentazione più composta, più moralmente accettabile e più compatibile con il gusto dominante.

Ne emerge, allora, un Michele Pane forse più complesso di quanto la tradizione abbia a lungo tramandato: non soltanto poeta del rimpianto e della memoria, ma uomo attraversato da passioni forti, da libertà interiori radicali, da una tensione civile e personale che mal si conciliava con le convenienze del suo tempo.

La poesia di Michele Pane

La poesia di Michele Pane nasce da un movimento interiore continuo: un ripiegarsi dell’anima su se stessa per richiamare in vita immagini, persone, gesti, luoghi e voci di un mondo lontano nello spazio ma mai cancellato dal cuore. In questo consiste il nucleo più autentico della sua ispirazione. Il ricordo, in lui, non ĆØ semplice memoria: ĆØ presenza viva, pulsante, capace di trasformarsi in canto.

Per questo la sua poesia ĆØ stata apprezzata da voci autorevoli della critica. Umberto Bosco lo definƬ “il maggiore dei poeti calabresi”, mentre Corrado Alvaro ne lodò la “vena melodica, cantabile” e la scelta “delle natie parole più piene di passato e di echi antichi”. Tali giudizi colgono nel segno: nella poesia di Pane rivivono infatti scene fresche e indelebili della vita paesana, affetti semplici, paesaggi interiori e reali, frammenti di giovinezza trascorsa all’ombra di un campanile rustico, consacrato dalla fede dei padri e dall’innocenza di un mondo agreste.

La sua ĆØ una poesia che possiede, come ĆØ stato osservato, il potere di risvegliare nel lettore i ricordi di tempi più puri e di far vibrare ciò che l’anima moderna spesso dimentica o smarrisce. C’ĆØ in lui una forza evocativa rara tra i poeti dialettali: il ritmo dei suoi versi sa raggiungere una intensitĆ  di palpiti interiori che trasporta chi legge in una dimensione sospesa, tra sogno, rimpianto e visione.

Qualche critico ha ravvisato nella sua opera l’eco della poesia di Pascoli, della fiamma civile di Carducci, dell’eleganza sensuale di D’Annunzio, e persino l’influsso dei versi musicali di Lorenzo Stecchetti e Giovanni Marradi. Eppure Michele Pane ĆØ davvero se stesso lĆ  dove la sua voce si libera da ogni confronto e si radica nella propria esperienza più autentica: nel legame con la Calabria, nella nostalgia dell’emigrante, nella malinconia delle piccole cose perdute, nella tensione tra appartenenza e lontananza.

Originale ĆØ la sua poesia proprio perchĆ© scaturisce da un bisogno profondo di tradurre in immagini i moti della sua anima sensibilissima, sempre pronta a vibrare dinanzi ai minimi trasalimenti della natura e delle cose. La sua immaginazione, calda e vigorosa, raccoglie in sĆ© molte delle qualitĆ  tradizionalmente attribuite alla gente calabrese: passionalitĆ , forza del sentimento, tenacia nell’amore e nell’odio, romanticismo, fedeltĆ  ostinata alla propria terra.

Soprattutto, Michele Pane fu un poeta profondamente innamorato della sua Calabria, anche quando il destino lo costrinse a vivere lontano da essa. Proprio questa fedeltĆ  al luogo d’origine fa della sua voce una voce esemplare: quella di chi, pur emigrando, non smette mai di appartenere.

Il suo nome, per unanime riconoscimento della critica, meriterebbe di essere conosciuto in campo nazionale accanto ai grandi poeti dialettali italiani: Carlo Porta per Milano, Salvatore Di Giacomo per Napoli, Giuseppe Gioachino Belli, Pascarella e Trilussa per Roma. In Michele Pane la poesia dialettale non ĆØ repertorio folklorico, ma espressione alta e pienamente letteraria di una civiltĆ , di una lingua e di una memoria.

Opere principali

  • L’uominu russu (L’uomo rosso), Foggia, 1898
  • Trilogia, Nicastro, 1901
  • Viole e ortiche, New York, 1906
  • Accuordi (Accordi), Napoli, 1911
  • Sorrisi, New York, 1914
  • Peccati, New York, 1916
  • Lu calavrise ’ngrisatu (Il calabrese anglicizzato), New York, 1916
  • Garibaldina, New York, 1949
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